MELLUSO, PEZZO DI MERDA - PARLA L’EX CAMORRISTA CHE ACCUSÒ TORTORA

 

 “Chiedo scusa, profondamente scusa, ai familiari di Enzo Tortora. Mi rivolgo soprattutto alle figlie Gaia e Silvia, che hanno patito l’inferno per colpa mia. E’ difficile che accettino di perdonarmi, lo so, ma sento il dovere di contribuire con la massima onestà a questa storia. Voglio dichiarare una volta per tutte che il presentatore Tortora era innocente. Che non c’entrava con la camorra, la droga o qualsiasi forma di malavita organizzata. Tortora è stato una vittima, e come tale va onorato”. Gianni Melluso si è pentito. E al settimanale L’Espresso ha ribadito così di aver mentito quando accusò il noto presentatore Enzo Tortora di spacciare cocaina. “Lo ribadisco ora che sono uscito dal carcere e riassaporo la libertà: vorrei fosse vivo, Tortora, per inginocchiarmi davanti a lui. Una persona perbene, finita nel tritacarne delle menzogne”.

La vicenda ha inizio la notte del 17 giugno 1983, quando Tortora viene arrestato con l’accusa di associazione camorristica finalizzata allo spaccio, lanciata dai boss Giovanni Pandico e Pasquale Barra. Melluso entra in scena dopo, nel febbraio 1984, e racconta ai magistrati napoletani di avere fornito a Tortora cocaina da smerciare nel mondo dello spettacolo. “Non voglio essere ricordato solo come un accusatore fasullo. Sento il bisogno di liberarmi la coscienza, e per farlo devo cominciare proprio dal febbraio 1984, quando Tortora era già in prigione per le accuse di Barra e Pandico. In quel momento, mi trovavo nel carcere di Pianosa con i più spietati criminali del dopoguerra italiano: da Raffaele Cutolo e Leoluca Bagarella, miei compagni di cella, a Graziano Mesina e Renato Vallanzasca. Stavo scontando dal 1978 varie condanne, e non potevo immaginare cosa sarebbe successo”.

Melluso, secondo quanto racconta al settimanale L’Espresso, ha mentito perché non poteva fare altrimenti. “In parte perché speravo, grazie a queste menzogne, di uscire prima dal carcere. Ma anche per una ragione che non ho mai rivelato. In quel periodo, mi avvicinarono nella caserma Pastrengo di Napoli Barra e Pandico, che stavano collaborando con la giustizia. Mi dissero: “Caro Gianni, Tortora è già in galera. Lo abbiamo punito perché non ci ha trattato con rispetto (si parlò di una folle vendetta di Pandico, risentito perché Tortora non aveva mostrato nel programma Rai ‘Portobello’  i centrini ricamati in carcere da un amico, ndr.). Segui la nostra versione, che ti conviene…”. Nessuna replica ammessa. “Era un ordine”, racconta Melluso: “Barra e Pandico rappresentavano i vertici della nuova camorra, ordinavano gli omicidi in carcere: dovevi obbedire. E cos ho fatto, mi sono inventato episodi da propinare ai magistrati.”

“Anche se molti non ci crederanno, l’ho distrutto a malincuore, ma era l’unica soluzione per accontentare i boss e salvarmi la pelle” ribadisce Melluso. La vicenda del presentatore assume tonisempre più tragici. Accusato anche da altri pentiti, attirati dalla pubblicità che il caso garantisce, Tortora resta in carcere sette mesi. Nel settembre 1985 viene condannato a dieci anni per associazione di stampo camorristico e spaccio. “Come da copione”, afferma Melluso all’Espresso. L’anno dopo la Corte d’appello lo riconosce innocente, e lo stesso fa la Cassazione nel 1987., ma è una soddisfazione  breve, perché il 18 maggio 1988 il presentatore muore per tumore. “Un finale che non mi sono mai scrollato di dosso”, dice Melluso: “Nel 1994, il tribunale di sorveglianza di Perugia mi ha fatto uscire dal carcere affidandomi ai servizi sociali. Avrei dovuto essere felice, ma ho continuato a provare rimorso per il male fatto a Tortora. Tantopiù – continua – che Barra e Pandico mi ripetevano quant’ero stato leale con loro. Complimenti che da un lato mi tranquillizzavano, dall’altro mi facevano sentire un vile”.

Da qui, dice ancora Melluso all’Espresso, decolla la volontà di denunciare il complotto contro Enzo Tortora: ¯Dalla nausea che provavo verso me stesso e l’ambiente che frequentavo¯. Tornato  in carcerea fine ‘94 per una rapina in provincia di Perugia, Melluso parla con i magistrati: “Dissi che avevo mentito, che i boss volevano vendicarsi con Tortora per un presunto sgarro”. “A volte -  spiega il boss – ripenso alla pazienza con cui i magistrati mi hanno interrogato per mesi, mentre io cercavo di depistarli. Rivedo anche la grinta di Tortora nel cercare di liberarsi dalle mie falsità”. E tutto questo dolore, questo inganno che ha provocato danni irreparabili, “mi fa sentire in dovere di esibire la mia vergogna in pubblico”. “Devo chiedergli perdono -  dichiara oggi Melluso – perché oltre a essere innocente, é stato al mio fianco in serate indimenticabili alle quali partecipava il boss Francis Turatello. Califano è padrino di battesimo di suo figlio”. Il cantante, conclude Melluso, “consumava cocaina, amava fare la bella vita e si circondava di donne, ma non è mai stato uno spacciatore: soltanto un grande artista che la camorra mi aveva chiesto di screditare”. Riccardo Bocca per L'espresso

 

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