“Cambiare leader per non cambiare”

Augusto Minzolini

 

 Una brutta regola in vigore nella sinistra è quella del capro espiatorio. Ormai è una tradizione: si sceglie un leader per far fronte a una situazione compromessa con un solo mandato, quello di andare al massacro. Negli ultimi anni il meccanismo infernale ha mietuto svariate vittime. È capitato a Francesco Rutelli, si è ripetuto con Walter Veltroni e potrebbe succedere ancora con Dario Franceschini. Il rischio è quello di sperperare risorse e trasformare generazioni di potenziali leader in un vero cimitero. Proprio per questo sarebbe necessario un atteggiamento diverso anche nel giudicare l'esperienza dell'attuale leader del Pd. Franceschini nelle condizioni date non avrebbe potuto far di meglio. Le elezioni europee il Pd le aveva perdute in partenza, come pure le amministrative. Franceschini per dovere ci ha messo la faccia. E ha tentato di usare tutte le armi che aveva a disposizione, a cominciare dal gossip (questo sì un grave errore), per evitare che una situazione disperata diventasse tragica. Alla fine ha salvato il salvabile che, a sua discolpa, era già davvero poco. Inoltre l'assalto a Franceschini ora può rappresentare un errore di metodo: la celebrazione dell’ennesimo rito del «leadericidio» oltre a essere ingenerosa, infatti, rischia di far passare in secondo piano i problemi strutturali del Pd che riguardano i limiti di una proposta programmatica e culturale che va sicuramente aggiornata. Si ripeterebbe, insomma, lo stesso errore compiuto negli ultimi anni dalla sinistra di governo: invece di partire dalla proposta programmatica, dalle alleanze (con Casini o con Di Pietro, per esempio), per poi definire una nuova leadership, si è sempre partiti prima dal nome lasciando indietro e inevaso l'altro argomento. In qualche occasione perché c'era la sfida disperata con Berlusconi alle porte (Rutelli, Franceschini). In altre perché lo schema delle primarie (efficace sul piano dell'immagine ma letale sul piano politico) ha fatto vertere il confronto dentro il partito solo sul nome (Veltroni). Risultato: il Pd non è mai diventato un nuovo partito, non ha mai amalgamato per intero le culture delle forze politiche che lo hanno generato, non ha mai optato per la tradizione socialdemocratica o per una più genericamente progressista. Insomma, impegnato a far fuori uno dopo l'altro i propri leader il soggetto principale del centrosinistra non sceglie. Da troppo tempo. Panorama

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