Quando la chiamano libertą

Rosemary Fanelli

 

  Anche la città di Bergamo, roccaforte leghista aperta sull’Europa,  si arrende alla furia islamica e decide di chiudere una piscina per riservarla alle donne musulmane. I gestori della struttura, di proprietà della Curia,  la destineranno per un'ora la settimana alle donne velate, che potranno sfoggiare variopinti burquini e nuotare “in deshabillè” al riparo dagli sguardi dei maschi. E di tutti gli infedeli. L’iniziativa, frutto di una battaglia promossa da una mediatrice culturale iraniana, residente in Italia da diciassette anni, è salutata come un progetto di integrazione ed è basata su una campagna  per i diritti e le libertà. Obiettivo dell’iniziativa è il ricorrente e monotono tentativo di avvicinare la nostra cultura alla nostra e laddove non sia possibile, separarsene. A costo di cadere nel ridicolo. Eppure persino l’ imam della Moschea di Milano ha bocciato l'iniziativa affermando che "questo eccesso di sensibilità rischia di produrre artifici sociali: con la volontà demagogica di accontentare tutti senza capire le reali motivazioni di alcuni interlocutori, come questo gruppo di donne musulmane, si stravolge il carattere della nostra cultura e si scade in un relativismo che non favorisce l'integrazione ma rischia di legittimare dei ghetti" (!!!). E così, mentre in Arabia Saudita le autorità chiudono, a colpi di fatwa, le palestre femminili perché offensive per “il comune senso del pudore islamico”, noi concediamo una struttura della Curia a delle fanatiche che rivendicano (nel nostro Paese) dei diritti che non hanno neppure nella loro patria. E perché dovremmo tollerare una simile insulsaggine? Cosa sarebbe successo se un gruppo di nudisti avesse preteso l’ utilizzo di una struttura pubblica per nuotare “in libertà”, infastiditi dai costumi altrui? E mentre da noi l’intellighenzia musulmana predica e pretende, nei Paesi islamici le comunità cristiane devono lottare per ottenere i permessi che consentono la costruzione e la ristrutturazione delle chiese e persino il diritto alla sopravvivenza. In Olanda, invece, un musulmano ha intrapreso una nuova “campagna di integrazione” e trascorre le giornate strappando i manifesti pubblicitari di biancheria intima per rispetto di Allah e “per proteggere le donne ed i bambini che passano. Presto, le donne crederanno che debbano somigliare a loro per piacere agli uomini. Se seguono la via di Dio, e più precisamente dell'islam, potremo evitare questo pericolo”.  Ovvero essere occidentali. Tali circostanze devono farci comprendere che prima ancora di preoccuparci dell’integrazione dei musulmani, dovremmo contrastare una inevitabile e pericolosa islamizzazione dell’Europa. Se non altro perché, lasciando spazio all’oscurantismo di alcuni fanatici, correremo il rischio inconsapevole di appoggiare lo sviluppo di posizioni estremiste e di assistere ad una inevitabile limitazione delle nostre espressioni sociali, fondamento del concetto occidentale di libertà. Finendo inesorabilmente, altrimenti, in un Medioevo sociale e culturale, caratterizzato da una visione bipolare dell'umanità: musulmani e coloro che devono essere “convertiti”, quindi eliminati come altro da sé. In fondo il fanatismo islamico è l'espressione più grezza e pericolosa dell’interpretazione del Corano. E purtroppo, sebbene per alcuni sia il frutto di un Islam scapestrato, è pur sempre frutto della loro ideologia, che avanza con la scusa della vittimizzazione. Ed è triste ribattere, a coloro che contesteranno tali affermazioni, che inizialmente eravamo dalla loro parte, perché amiamo rispettare ogni cultura, anche la più diversa. Ma che proprio la frequentazione e la conoscenza di quel mondo ci hanno fatto scappare via a gambe levate. Perché le vittime dell’islam sono i musulmani stessi ed affermare che sia una religione di pace, d'amore e di tolleranza, significherebbe negare la sofferenza con cui convivono milioni di persone. Più o meno consapevolmente.

 

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