IN RICORDO DI INDRO MONTANELLI

A cento anni dalla nascita del grande giornalista di Rosario de Luise

 

Il giornalismo. Un mestiere, anzi, un arte che richiede tempo, cultura, ingegno ma soprattutto passione, tanta passione al punto tale da esprimere sfrontatezza di fronte ad un possibile scoop. Oggi si sente tanto parlare di giornalismo sotto tutti gli aspetti e punti di vista. Purtroppo ultimamente in senso alquanto negativo perchè, in una società fatta quasi esclusivamente di immagini, si ha la tentazione di pensare che esso sia limitato solamente alla televisione. Ma essere giornalista non significa solo comparire di fronte ad una telecamera come inviato speciale oppure dirigere un telegiornale ma, anche restarsene dietro le quinte, in silenzio, seduti ad una scrivania a digitare l’articolo che dovrà essere pubblicato sulla carta stampata oppure su internet. E’ vero, in tutti questi anni, con l’avvento delle nuove tecnologie, anche il giornalismo è cambiato. E’ diventato più veloce e quindi allo stesso tempo più spietato e - diciamoci la verità - anche un pò frivolo e qualche volta inutile; sembra quasi che pur di riempire lo spazio vuoto di una testata ci si dimentichi che lo scopo principale è quello di divulgare informazione e di farlo nel modo più sano, al di là delle idee politiche e delle considerazioni personali di chi è chiamato a scrivere. La macchina da scrivere tradizionale ha lasciato il posto all’asettica tastiera di un computer e con essa vanno via anche gli odori acri d’inchiostro fatto di rotoli rossoneri e penne a sfera, di bianchetti e gomme da utilizzare ogni volta che si sbagliava a scrivere anche una sola lettera. Insomma, il giornalismo oggi si è fatto più moderno e proprio per questo sembra stia dimenticando le sue nobili finalità. Fortunatamente però, abbiamo ancora tanti modelli da seguire e proprio per evitare di perdere di vista quel bersaglio principale che è rappresentato dall’informare i cittadini e le istituzioni in modo sano e corretto. Il più luminoso di questi è senza dubbio l’eredità e l’insegnamento che ci ha lasciato il più grande giornalista e storico italiano degli ultimi tempi: Indro Montanelli. Il 22 aprile di quest’anno ricorre il centesimo anniversario della sua nascita. Quindi, se oggi fosse ancora tra noi, Indro avrebbe raggiunto i cento anni di età e certamente avrebbe ancora tante cose da raccontarci della storia italiana, di cui lui era uno dei più attenti conoscitori e divulgatori. Lo avrebbe certamente fatto grazie alla sua fedele macchina da scrivere “Olivetti lettera 22” da cui non si separava mai. Nacque a Fucecchio in provincia di Firenze nel 1909. Lo stesso giorno e lo stesso anno del premio Nobel Rita Levi Montalcini. La sua fanciullezza fu caratterizzata da continui spostamenti per varie province della Toscana al seguito del padre che era preside di liceo. Dopo il diploma, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze laureandosi con il massimo dei voti e presentando una tesi su un argomento di cultura fascista. Infatti, nei primi anni della sua vita, Montanelli aderì al Fascismo; ideologia che lo accompagna anche nelle redazioni dei primi giornali per i quali collaborò tra cui il francese Paris-Soir e l’americano United Press. Con quest’ultimo realizzo un’importante intervista al magnate delle automobili Henry Ford. Con la Campagna di Eritrea di Benito Mussolini, si propose come inviato ma ebbe il rifiuto dal giornale. Lui partì lo stesso, arruolandosi nelle file degli Ascari, un corpo militare composto da africani che combattevano per gli italiani. In tale frangente sposò una ragazzina locale in concomitanza con le allora leggi di “madamato” che consentivano tali matrimoni. Questa norma rimase integra finchè il Regime pubblicò le leggi razziali e si cominciò a guardare la cultura altrui come rozza e incivile, tant’è che Montanelli pubblicò un articolo su “Civiltà Fascista” in cui definisce l’Africa un vasto territorio privo di civiltà e dunque non ancora degna di fondersi con la più elevata cultura italiana. Qualcosa dentro di lui però, lo portò a riflettere sulle sue ideologie, come se non fosse realmente sicuro di ciò che andava a divulgare, come se fosse moderato. Infatti, complice di un cambiamento radicale fu il suo invio verso la guerra civile spagnola da parte del Messaggero. Qui scrisse un articolo sulla battaglia di Santander e strinse amicizia con gli anarchici fino al punto in cui il Regime lo radiò dall’albo dei giornalisti e gli tolse la tessera del partito. Il suo ritorno in patria non fu facile, quindi per un breve periodo lavorò all’estero come insegnante di cultura italiana presso vari paesi. Finalmente in Italia ottenne un posto di inviato estero al Corriere della Sera grazie all’amicizia con nomi influenti del giornalismo dell’epoca i quali però gli vietarono di interessarsi di politica bensì di cronache di viaggio. Girò quindi l’Europa e i paesi in guerra per la libertà; fondamentale fu il suo viaggio in Germania dove si incrociò addirittura con Adolf Hitler, scrivendone importanti articoli e saggi. Quando l’Italia entrò in guerra fu mandato come inviato in Francia per seguire l’esercito e scrivere articoli soprattutto di propaganda. Lui ovviamente cercò di divincolarsi da quest’obbligo come meglio poteva e aiutato dalla scusa della malattia di tifo scrisse un articolo per Panorama in cui si delinea tutto il suo dissenso, descrivendo l’entrata in guerra come un fallimento nascosto però dalla propaganda che ne voleva l’osannazione come successo della politica fascista. Il giornale fu chiuso. Lui sposò un’austriaca in seconde nozze e si associò ad un movimento partigiano ma ben presto fu arrestato dai tedeschi e condannato a morte. Incarcerato a San Vittore, riuscì ad evadere grazie ad una serie di iniziative tra cui quella dell’amico Aldo Crespi che pagò una forte somma di denaro ad un ufficiale tedesco e all’aiuto del Cardinale di Milano Schuster, per intercessione dalla madre. Inoltre, una rete clandestina riuscì a farlo espatriare ma, alla fine della guerra e alla caduta del Fascismo, la sua vita non fu facile poichè, nonostante le sue ultime prese di posizione, gli antifascisti lo considerarono comunque un nemico che andava punito per il suo passato. Il Corriere quindi gli sbarrò la strada e lui dovette ricominciare quasi da zero. Insieme all’amico Leo Longanesi fondò l’omonima casa editrice e nel 1945 assunse la direzione de La Domenica del Corriere. In tale testata giornalistica costruì il suo successo, dapprima creando la rubrica “la stanza di Montanelli” in cui risponde ai lettori su svariati temi, dopodichè con la pubblicazione della storia dei greci e dei romani, che lo consacrarono come il giornalista più letto dell’epoca. La sua vita fu quindi un susseguirsi di successi e di vicende varie che, chiaramente, rimandiamo all’approfondimento personale del lettore per quanto sia vasta e meritevole di interesse. Vogliamo solamente citarne alcuni punti salienti. Per esempio la fondazione nel 1974 de il Giornale, grazie al quale riuscì a creare una nuova immagine di giornalista, colui che pur non essendo schierato politicamente dice la sua e ne stimola la discussione proficua per un sano dibattito. Tre anni dopo fu vittima di un attentato da parte dei brigatisti, i quali lo gambizzarono mentre si recava al lavoro. La motivazione non fu proprio chiara; probabilmente perchè lui non fu simpatizzante dell’avvento del Partito Comunista Italiano a favore però della Democrazia Cristiana. Quest’episodio ne fece accrescere però la sua popolarità. Non dimentichiamoci un’altra cosa importante e cioè il rapporto che egli ebbe con l’attuale premier italiano Berlusconi, il quale - all’epoca già famoso imprenditore - nel 1977 acquistò Il Giornale per finanziarlo. Montanelli chiarì subito che la sua accettazione non prevedeva un rapporto di sudditanza e che quindi preferiva restarsene ideologicamente indipendente. Patto che andò presto ad infrangersi quando Berlusconi entrò in politica fondando Forza Italia e gli impose di trasformare il suo quotidiano in una testata di partito. Richiesta che logicamente portò alle dimissioni di Montanelli. Il rapporto tra i due fu sempre molto chiacchierato. Montanelli lo attaccò più volte considerandolo addirittura l’erede di Mussolini, un uomo della provvidenza che sembra cercare di convincere gli elettori perchè lui solo sa come risolvere i problemi di una nazione. Cercò quindi di fondare un proprio giornale in compagnia di giornalisti a lui fedeli chiamandolo “La Voce” ma, nonostante l’esordio fortunato, ben presto fu costretto a chiudere. Nel 1991 il presidente Cossiga gli propose la carica di senatore a vita ma lui la rifiutò, confermando così i suoi valori di giornalista non conforme ai palazzi del potere. Infatti, lui voleva che il giornalismo fosse libero e indipendente ma soprattutto che sia comprensibile da tutti, dal colto intellettuale all’operaio o al contadino. Morì a Milano nel 2001. Tramite il suo testamento chiese di essere cremato e posto nella tomba di famiglia e senza cerimonia e riti funebri particolari. Nonostante ciò, la cittadinanza fece a gara per dargli l’ultimo saluto nella camera ardente. La sua fama, oggi come allora, lo fanno il giornalista più letto e amato degli ultimi tempi e non soltanto in Italia ma anche all’estero, dove ricevette premi ed onoreficenze da vari Stati. Un esempio dunque, sia per chi scrive che per chi legge. In un mondo dove i valori sono sempre più messi da parte a favore del successo e del potere, a discapito del libero pensiero e dell’informazione chiara, pulita e soprattutto non manipolata.

 

 

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