Saranno abolite le Province?

ing. Pietro di Lorenzo

 

 Da quattro mesi c’è una proposta di legge per la soppressione delle province: si risparmierebbero 16 miliardi di euro all’anno (quelli che servono per la ricostruzione in Abruzzo). E’ la proposta di Legge Costituzionale n° 2010 del 12 dicembre 2008, presentata in Parlamento dall’on. Versace (primo firmatario) e altri 48 deputati di svariati gruppi politici, quasi a dimostrare che il tema interessa tutti, al di là delle ideologie e dei partiti. Sono però passati già quattro mesi e la proposta di Legge, che si compone di dieci articoli, resta ferma in Parlamento. Eppure la pubblica opinione è fortemente motivata dall’argomento. Ci sono stati sondaggi e addirittura un’iniziativa di Libero, il quotidiano diretto da Vittorio Feltri, dove ancora oggi si può firmare online per chiedere al Presidente del Consiglio di mantenere l’impegno, assunto in campagna elettorale, di eliminare le province. Negli anni settanta, con la nascita delle regioni si dichiarò da più parti che la soppressione delle province era ormai prossima, anzi imminente. Invece nonostante le tante battaglie portate avanti anche da illustri personaggi politici, come Ugo La Malfa ed altri, ci ritroviamo ancora con questa incredibile fonte di spreco di soldi pubblici. Pensate che le spese per le province ammontano a circa 16 miliardi di euro ogni anno, corrispondente all’1 per cento del prodotto interno lordo (PIL) italiano. La spesa per mantenere le province è pari al 3 per cento della spesa totale. Sopprimere le province significa ottenere immediatamente un risparmio di denaro dei contribuenti, mantenendo il livello dei servizi integrati attualmente offerti e che potranno essere resi dagli altri enti territoriali con maggiore efficacia. Non si dovrebbero più retribuire migliaia di politici, mentre per quanto riguarda il personale delle soppresse province, esso troverebbe collocazione negli altri livelli amministrativi locali, secondo le regole dettate dalla legge ordinaria che dovrà dare attuazione alla presente proposta di legge costituzionale. È evidente che, se si tiene distinto il momento politico da quello amministrativo, mentre per il primo non vi sarà alcuna difficoltà a trasferirlo alle regioni che sono nate proprio come il luogo della difesa della sovranità popolare (articolo 1 della Costituzione) e della promozione dell’autonomia locale (articolo 5 dellaCostituzione), per il secondo occorrerà provvedere con un articolato provvedimento legislativo che, specificando le funzioni burocratico-esecutive, provveda a riordinare gli organici degli enti territoriali che avranno in carico le nuove deleghe. In questo quadro i comuni che avvertissero l’esigenza di gestire un determinato servizio in una dimensione sovracomunale dovrebbero essere autorizzati a farlo, con il proprio personale e con le proprie strutture, attraverso forme di consorzi tra comuni interessati in grado di abbattere i costi del servizio. Si potranno prevedere in quella sede nuove forme di accordi funzionali di diritto pubblico, in cui i contraenti definirebbero scopi e durata del coordinamento funzionale, con il distacco del personale tecnico burocratico necessario. Questo schema consentirebbe ai comuni di gestire in maniera economicamente conveniente gli stessi servizi con personale proprio, in esso comprendendo anche il personale attualmente impiegato presso le province e che verrà attribuito ai singoli comuni, ma senza la creazione di sedi o di organi politici con relativa spesa, poiché il personale rimarrebbe a tutti gli effetti nelle strutture comunali. Occorre poi tenere conto del fatto che la soppressione delle province è stato uno dei punti dei programmi sia dell’attuale coalizione di Governo che dei più importanti partiti di opposizione. E, d’altronde, come già rilevato, la soppressione delle province risponde a un’esigenza largamente avvertita dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, che vede nell’eliminazione di questo grado intermedio di rappresentanza un eccezionale fattore di riduzione della spesa pubblica nella sua parte meno produttiva e, quindi, meno compresa dagli stessi cittadini.

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