L’Islam al tempo delle chat: la trasgressione “Islamically correct”

di Rosemary Fanelli

 

Ricattate per delle foto senza veli (sul volto), minacciate per aver rivelato la loro identità su una chat, per aver inviato un sms ad uomini sconosciuti o incontrati furtivamente per strada. Minacciate per soldi o per sesso. Succede anche questo nel regno dell’Arabia Saudita, la patria dell’Islam, nella quale sorgono le due città sante della religione musulmana: la Mecca e Medina. I media sauditi hanno lanciato un allarme preoccupante, denunciando almeno 65 casi di donne ricattate per aver navigato in siti finalizzati alla socializzazione.
La "Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio", dal quale dipende la polizia religiosa saudita, ha evidenziato che la maggior parte delle vittime ha un’età compresa tra i 16 ed i 39 anni, è istruita ed è stata fortemente condizionata da “influenze esterne” alla società islamica. Inoltre, nello sporgere la denuncia le vittime sostengono di aver lasciato il loro computer o il cellulare in un negozio per riparazioni, per scongiurare punizioni coercitive da parte della famiglia di origine o della polizia religiosa. L’ integerrima società saudita, profondamente indignata dall’ accaduto, ha indotto alcuni sociologi musulmani a tracciare persino un profilo del ricattatore, un uomo generalmente disoccupato ed incompreso.
E’ davvero un peccato che nessun sociologo islamico si sia mai dilettato ad analizzare i comportamenti di ben altre realtà, quelli delle chat erotiche dedicate ai musulmani. Che evidentemente non sono così puritani come vorrebbero farci credere. Anzi.
Navigando in rete, abbiamo visto cose inenarrabili: dalle arabe della “porta accanto” alle musulmane che ballano la danza del ventre davanti alla webcam, dalle Jabal girls (“jabal” in arabo significa “montagna”...) a donne dai facili costumi che parlano esclusivamente arabo. Tutte senza veli.
Donne, che nella realtà quotidiana sfoggiano lunghissimi ed ampi abiti ed alle quali gli uomini proibiscono di uscire di casa, per proteggerle o probabilmente per tutelarle da una falsa moralità, che non impedisce loro di fissare, tramite il barbiere, un appuntamento con una prostituta o di recarsi nei bordelli nascosti nell’ombra di un minareto. E così, mentre i turisti vengono informati delle conseguenze in cui incorrono introducendo sostanze alcoliche e riviste pornografiche nei paesi islamici più intransigenti, il Medio Oriente apre le porte al turismo sessuale.
E’ curioso che alcuni paesi islamici richiedano (a noi occidentali) il test dell’HIV per ottenere un permesso di residenza, mentre la Siria diventa la capitale del sesso dei ricchi arabi del Golfo e ad Amman proliferano i night club, che pullulano di prostitute venute dall’est.
I predatori sono vecchi uomini con nuovo vigore, ma anche giovani musulmani costretti a tutelare la verginità delle donne loro destinate. Anche la legge di tali paesi è venuta incontro a tali esigenze. Accanto al contratto di matrimonio “a tempo”, che può avere validità limitata ad una sola notte, è stato difatti istituito il c.d. Misyar o “matrimonio dei viaggiatori”.
Con il matrimonio Misyar la donna rinuncia volontariamente al diritto di mantenimento riconosciutole dal codice di famiglia islamico ed accetta che l’uomo le faccia visita quando preferisce, di giorno o di notte. I giuristi hanno precisato che una vera musulmana non accetterebbe mai simili condizioni, ma le hanno paradossalmente legittimate.
Tuttavia i bordelli aprono e chiudono con un ritmo incalzante.
Alcuni dati ufficiali, e purtroppo non esaustivi, raccolti dalla Prof. Huges dell’università americana di Rhode Island documentano la chiusura di centinaia di bordelli nella sola Tehran, l’arresto di decine di prostitute e di schiave del sesso destinate ai paesi del Golfo. Azioni mirate destinate a soffocare attività illegali oculatamente nascoste all’Occidente, che non deve sapere sono costretti a nascondere i governi islamici. Perché è l’imperfezione a fare paura.

 

Notizia pubblicata il 04/04/2009

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