Benvenuti a Dubai, il paese che non c’è

di Rosemary Fanelli

 

Sotto il patrocinio di Sua Altezza lo sceicco Mohammed Bin Rashid Al Maktoum, il piccolo Stato di Dubai, appollaiato tra gli Emirati Arabi Uniti, ha accolto ed ospita tutt’ora turisti provenienti da ogni angolo del mondo, incuriositi dalle fattezze dell’unico albergo a 7 stelle, dai grattacieli rotanti, dall’esclusiva pista da sci creata nel cuore di un soffocante deserto e dall’ospitalità di un paese arabo “moderno”.
La politica adottata dalla famiglia reale ha attratto investitori e stranieri, che rappresentano oggi l’80% della popolazione. Ma la recessione ha sortito i suoi effetti anche nella capitale del lusso, dove si è assistito ad un calo degli investimenti ed al tracollo del mercato immobiliare. Come riferito dal New York Times, gli aeroporti, che pullulavano di turisti in fuga dalla banalità, si sono riempiti di autovetture lussuose lasciate lì da stranieri incapaci di pagare i loro debiti, rimasti senza lavoro e quindi senza visto: costretti ad abbandonare lo stato arabo entro un mese. Evidentemente l’Italia è uno dei pochi paesi in cui la volontà di rendere più celeri ed efficaci i processi di espulsione (e gli ingressi) degli extracomunitari fa scalpore.
Il “miracolo economico” del Medio Oriente andava in scena mentre centinaia di operai lavoravano notte e giorno per meno di 150 euro al mese, sprovvisti dei passaporti, trattenuti dai loro datori di lavoro, accorti nel prevenire eventuali dissensi.
A Dubai è proibito scioperare, pena la perdita del permesso di lavoro e la messa al bando da tutti i luoghi di lavoro. Eppure Dubai è la città del fasto, della stravaganza e dell’ interculturalità, così lontana dal mondo arabo in declino, ancorato ad un decadimento culturale e sociale. Dove è la religione a farla da padrona, spalleggiata dagli integralismi. Tuttavia è proprio nel piccolo regno che una donna ha destato scalpore ed è stata minacciata di morte, per aver scritto un libro di consigli sul sesso: una donna araba non può parlare di ciò che accede sotto le coperte. La temeraria autrice è stata accusata di essere "una marionetta degli Stati Uniti e di Israele". Per la serie, diamo la colpa all’Occidente, anche quando non ne sa nulla.
Un’altra donna di nazionalità britannica, residente a Dubai da 15 anni, è stata invece arrestata con l’accusa di adulterio per aver bevuto una tazza di tè con un amico. Era sposata con un egiziano(!). Grazie all’intervento di Amnesty International la pena è stata ridotta da sei a tre mesi.
Una volta uscita dal carcere, dovrà lasciare il paese. Lo farà quasi certamente senza i suoi figli, due bambini di 4 e 7 anni, che resteranno sotto la tutela del padre.
Per il diritto di famiglia islamico, dopo il divorzio la donna perde ogni diritto e prerogativa nei confronti dei figli, che non sapranno mai più nulla di lei.
Tuttavia Dubai, celate le apparenze, continua a presentarsi al mondo come una città ambiziosa. Circa un mese fa è stato inaugurato il primo Festival di letteratura degli Emirati. Peccato che non sia stato gradito l’intervento della scrittrice britannica Geraldine Bedell, accusata di aver inserito tra i protagonisti del suo romanzo uno sceicco arabo omosessuale.
L’omosessualità nei paesi arabi è vietata. La pedofilia non lo è: in Arabia Saudita un tribunale ha vietato ad una bambina di 8 anni di allontanarsi dal marito, il suo padrone.
Per citare le parole di Daniel Pipes, giornalista del Jerusalem Post, ”Dubai ha confidato nel fatto che lo sfarzo avrebbe seppellito la sostanza”. E così anche gli arabi del Golfo hanno mostrato la volontà dei musulmani di chiudersi nel loro ghetto, in cui si muovono senza timore, tra i loro costumi e le loro usanze, le loro credenze e la loro identità, tra i profumi del kebab e quello del narghilé, contrapposti ai valori universalmente riconosciuti. Pericolosamente in bilico, tra tradizione e modernità.

 

Notizia pubblicata il 28/03/2009

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